lunedì 8 novembre 2010
NUCLEARE - RISCHIO REALE E RISCHIO PERCEPITO
Sono cambiate molte cose dall’8 novembre 1987, quando l’Italia rinunciò al nucleare, un anno e mezzo dopo il grave incidente di Chernobyl ; ora diventa forte il bisogno di tornare a riflettere su quella scelta, nell’intento di tutelare l’ambiente in cui viviamo e, nel contempo, dare un futuro alle nostre politiche energetiche.
Lasciando che il dibattito circa i vantaggi e i problemi che questa fonte d’energia può comportare sia affidato ai tecnici competenti, a noi resta la possibilità di valutare i percorsi che la politica ha compiuto nei confronti del nucleare e il nostro rapporto con la paura verso il rischio reale, e non solo quello percepito, a cui questa scelta ci espone.
La politica dichiarò battaglia al nucleare soprattutto dopo la tragedia dell’impianto ucraino e tutti gli schieramenti, da destra a sinistra, si proclamarono a sfavore, compreso il Pci fino ad allora filonucleare.
Eccezione furono il Partito repubblicano e quello liberale.
Tutti assolutamente convinti della bontà delle ragioni “contro”’? Forse no, ma era troppo impopolare continuare a sostenere il ricorso ad una fonte che nell’immaginario collettivo rappresentava un tabù e, i pochi coraggiosi che osarono, subirono l’isolamento e l’ostracismo dei più.
Da allora si smise di valutare con obiettività il ricorso al nucleare, e iniziò una vera strategia del terrore.
Nel luglio del 2007 in Giappone, terra fortemente sismica, un terremoto colpì la zona in cui si trova la centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa. I reattori si autobloccarono correttamente, come previsto dal sistema di sicurezza, e vi fu una fuga di materiale radioattivo, tanto piccola da non comportare alcun pericolo alla popolazione circostante. Tuttavia, nella corsa verso un sistema assolutamente perfetto, il governo giapponese ordinò un’inchiesta. Nonostante le proporzioni dell’accaduto, la stampa internazionale diede clamore e risalto all’incidente mentre, paradossalmente, in quei giorni venivano pubblicate le ultime stime degli incidenti mortali causati dal traffico.
Per avere un’idea sommaria delle cifre su cui stiamo riflettendo, basterebbe sapere che le vittime dell’auto sono 6.000 l’anno, 60.000 in dieci anni, 120.000 in venti; peggio di una guerra, dunque, se si pensa che i soldati americani morti nella guerra in Iraq sono meno di 4.000…
Eppure, chi si mette alla guida di un’auto non pensa di partecipare ad una guerra; allo stesso modo, non chiuderemmo mai nostro figlio in una centrale nucleare, ma spesso ci sembra normale regalargli un motorino…
La nostra percezione del rischio e la conseguente disponibilità ad affrontarlo dipende soprattutto dalla “illusione del controllo” in forza della quale non esitiamo a guidar la nostra auto ma ci sentiamo in pericolo a bordo di un aereo, senza valutare che i rischi di incidente nel secondo caso sono infinitamente più bassi. Ci rassicura l’idea che la sicurezza dipenda da noi e questa certezza ci impedisce di tener presente i progressi raggiunti dalla ricerca nucleare in merito alla direzione degli impianti e alla minimizzazione dell’impatto ambientale, di cui i rifiuti radioattivi costituiscono la parte più problematica.
Numerosi autorevoli sostenitori del movimento ambientalista in tutto il mondo hanno portato avanti la battaglia al nucleare e poi hanno cambiato opinione, come James Lovelock, vero e proprio guru del “pensiero verde” e Patrick Moore, fondatore di Greenpeace. In Italia Chicco Testa, manager, docente universitario, membro del Parlamento dal 1987 al 1994, giornalista del “Sole 24 ore” e soprattutto fondatore, tra i più illustri di Legambiente.
L’intervento della politica in materia di nucleare non ha mai rappresentato una soluzione ma, piuttosto, un paradosso. Per esempio, il Consiglio dei Ministri, nei giorni scorsi, ha impugnato le leggi che Campania, Puglia e Basilicata hanno varato per impedire la costruzioni delle nuove centrali nucleari sul proprio territorio, adducendo che tale scelta spetti a Roma.
Paradossale che un un governo federalista impugni davanti alla Corte Costituzionale le leggi di tre Regioni imponendo, così, il potere centrale su quello locale. Paradossale che tale decisione, proposta la ministro dello Sviluppo Economico sia condivisa dal ministro per gli Affari Generali…
E, ancora, che le tre regioni in questione siano governate dal centrosinistra, soprattutto la Puglia che attualmente detiene in Italia il primato della produzione di energia solare ed eolica.
Paradossale è pensare che Enel oggi rappresenti una delle principali compagnie elettriche del mondo, di cui azionista di riferimento è ancora lo Stato Italiano. Enel ha acquisito altre compagnie elettriche europee che hanno nel loro mix energetico anche la produzone da fonte nucleare.
Valgano da esempio la centrale slovacca Slovenské Elektrarne e la società spagnola Endesa, i cui impianti nucleari contribuiscono per il 15 per cento alla produzione elettrica totale di Enel. Inoltre, importanti accordi di collaborazione sono stati siglati con EDF , il maggiore produttore al mondo di energia nucleare, per la costruzione di un reattore di nuova generazione mentre sono in corso accordi per arrivare alla compartecipazione nella proprietà di centrali nucleari russe. Che ne è stato, dunque, dell’esito del nostro referendum che oggi impedisce il ricorso a questa risorsa energetica in Italia?
Gli schieramenti politici, di destra e di sinistra, non offriranno mai una soluzione trasparente e super partes alle politiche energetiche ed ambientali fino a quando non oseranno imporre decisioni razionali e coraggiose, anche se impopolari.
Il consumo mondiale di energia continua a crescere fomentato da tre miliardi di consumatori, soprattutto nell’Asia del miracolo economico. Le fonti rinnovabili sono destinate a restare minoritarie ancora per molti decenni. Il carbone ed il petrolio esercitano la loro tirannia nel mondo sprigionando, nel contempo, milioni di tonnellate di CO2, tonnellate di ceneri tossiche , zolfo d altri inquinanti che inacidiscono le piogge. Le nostre economie sono sempre più vulnerabili al prezzo del petrolio.
Il resto del mondo ha già fatto la propria scelta a favore del nucleare.
IL suo rifiuto in Italia sembra mettere in evidenza il fragile sistema di una leadership, di qualunque colore sia. Dovremmo innescare il processo di “stabilizzazione” attraverso l’uso della logica e dell’etica, abbattere i tabù che segnalano le “azioni proibite”, ridurre gli spazi di conflittualità politica, secondo l’antico insegnamento dei classici da Platone a Kant, passando per Tommaso d’Aquino, fino a Gehlen……
PER L'ALTO MARE APERTO - Un libro necessario

L’epoca della modernità racchiusa in quattro secoli densi di avvenimenti storici e letterari.
Un susseguirsi di sperimentazioni, senza perdere l’identità. Uno scrittore colto che sa emozionare scavando nella vita interiore di personaggi illustri, e nella nostra, con un sguardo che non si può dimenticare.
Fui rapita, definitivamente, da Eugenio Scalfari scrittore quando lessi la più bella definizione dell’”io” che per anni avevo inutilmente cercato nei meandri della mia confusa vita interiore :
“Proprio sulla soglia dei quarat’anni una delle mie certezze andò in pezzi: quella che l’io non possa cambiare , che la sua forza stia tutta nella sua immodificabile coerenza.
Cambiano gli spiriti deboli sotto la spinta delle emozioni e dei fatti che ci assediano dall’esterno; ma gli spiriti forti si rafforzano proprio perché non cedono né ai venti tempestosi né al canto delle sirene.
Non avevo messo in conto che il sé è assai più forte della ragione.”
Non ho esitato a leggere il suo ultimo libro: Per l’alto mare aperto.
Uomo di grande cultura, Scalfari ha saputo tracciare i confini, sconosciuti alla maggior parte di noi, della modernità, e con la sensibilità che lo contraddistingue ha trascritto dialoghi immaginari con Montaigne, Diderot ed alcuni dei personaggi più illustri di un periodo che racchiude quattro secoli. Ha affrontato l’arduo compito di descrivere un’epoca che comprende l’Illuminismo ed il Romanticismo arrivando fino alle avanguardie e al nichilismo; un’epoca in continua sperimentazione, che ha saputo accettare i moti delle nuove generazioni senza perdere la memoria…
Il viaggio immaginario inizia con una delle più importanti figure dell’Illuminismo, Denis Diderot.
Fu filosofo, scrittore, saggista francese a cui Scalfari affida l’inizio della “modernità”con un’av-
vincente disquisizione sulla verità relativa contrapposta all’assolutezza, sulla Ragione come caratteristica essenziale degli uomini dell’Illuminismo, con le rimostranze di d’Alembert che annuncia il suo ritiro dai lavori de l’Enciclopedia, per le gravi accuse di sovvertimento che gli vennero mosse per aver partecipato al gruppo di lavoro che contemplava Rousseau, Voltaire Grimm.
Il dialogo continua con il credente Montaigne, a cui lo scrittore affida l’intricato nodo contenuto nel tema della libertà e del libero arbitrio, nonché del “servo arbitrio” che può crearsi “ tra l’uomo e il suo Creatore o tra un uomo ed un altro che ne sia in qualche modo dominato”, come verrà spiegato nell’Apologie de Raymond Sebond, parte centrale del secondo libro degli Essais
Per Scalfari libro di Montaigne, che lo scrittore riscrisse più volte, e a cui più volte appose correzioni, tagli e aggiunte, rappresenta l’icona del pensiero moderno, il suo culmine.
A gli Essais tutti gli autori successivi saranno debitori, da Descartes a Spinoza, da Kant a Goethe
e tutti troveranno posto nel concetto espresso da Montaigne:” I mondo non è che una continua altalena….”
La “modernità” passa attraverso Il Discorso sul metodo di Cartesio L’Etica di Spinoza, La Critica della Ragione Pura di Kant e la Fenomenologia dello spirito di Hegel . E’ un secolo che vedrà l’opera di Newton e in cui Adam Smith scriverà la Ricchezza delle Nazioni . Verranno scritte tre opere che assurgeranno a simbolo del romanzo : La Certosa di Parma di Stendhal, Guerra e Pace di Tolstoy e I Miserabili di Hugo.
Segue il Romanticismo e la figura la cui opera si è espressa nella poesia lirica, nel teatro, nella narrativa, nella scienza e nell’opera comica rappresentando la sintesi tra passionalità e ragione , intuizione e logica, impegno artistico e quello civile: Wolfgang Goethe. Nel suo Faust al centro della disputa tra Dio e il Diavolo, si pone il dilemma del libero arbitrio dell’uomo.
Grande risalto Scalfari rende a Rainer Maria Rilke, poeta vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, che seppe disegnare nelle sue opere figure inquietanti di grande carisma, al pari dei personaggio di Proust, Joyce e Kafka.
Eugenio Scalfari chiuderà il tempo della “modernità” ben rappresentando il Nichilismo e la Rivoluzione. Dedicherà il finale a Zarathustra e gli “ultimi fuochi” a Italo Calvino.
Mille citazioni colte, aneddoti sconosciuti, riflessioni necessarie a capire il tramonto di un’epoca e l’inizio di quella nuova. Perché la storia non finisce, “finchè l’Homo sapiens riuscirà a guardare il cielo stellato e a cercare dentro di sé la legge morale”.
TERRA MADRE - La più efficace delle rivoluzioni

Come è nata Terra Madre?
Da qualche anno Slow Food organizzava un Premio in difesa della biodiversità, che dal 2000 al 2003 è stato assegnato a semplici contadini, pescatori o artigiani del cibo fino ad allora, impegnati a salvare una, seppur piccola, porzione di biodiversità.
Si trattava di un pugno di contadini provenienti da circa ottanta paesi attraverso la segnalazione di un folto gruppo di giornalisti votati alla causa. Storie incredibili di posti sperduti, la cui importanza richiedeva la necessaria sensibilità ad intercettarla.
Ogni quattro anni la consegna del Premio prevedeva una grande riunione tra i giornalisti provenienti da tutto il mondo, con il conseguente sforzo organizzativo ed economico che poteva derivarne.
Carlin Petrini, Presidente di Slow Food, pensò che fosse molto più interessante radunare tutti i contadini direttamente impegnati nel lodole tentativo di salvaguardare la biodiversità, piuttosto che la stampa eternamente presente ad ogni evento.
E’ nata così Terra Madre, captando l’attenzione di tanti popoli semplici e splendidamente diversi, accolti in comunità rurali e di accoglienza, piuttosto che in fredde stanze di hotel, riservate ad anonimi convegnisti.
Nella sua quarta edizione ( 2010) Terra Madre é diventata una manifestazione partecipata da più di 5.000 rappresentanti delle comunità del cibo.
Tra loro, anche i più prestigiosi cuochi internazionali accorsi al seducente richiamo, ben consci dello stretto legame che unisce il gusto della cucina di successo a quella del cibo di qualità.
Immancabilmente presenti 450 docenti di circa 250 università e centri di ricerca, impegnati nella rete per garantire la conservazione ed il rafforzamento della produzione del cibo sostenibile, attraverso le conoscenze scientifiche, l’ascolto delle piccole comunità e l’educazione della società civile.
A loro si sono aggiunti migliaia di giovani, coinvolti dalla rete di Terra Madre per imparare a salvare il mondo dell’agricoltura, oggi in grave crisi senza loro. Sono accorsi i musicisti di ogni comunità del globo, per usare il linguaggio universale della musica, strumento efficace per il trasporto di ogni emozione.
Il “raduno” è diventato un trionfo di colori, quelli degli abiti tradizionali dei popoli coinvolti; un tripudio di profumi trasportati da ogni angolo del mondo; suoni nuovi, magici, costruiti su accordi sconosciuti a noi occidentali.
Terra Madre diventa emozione, coralità, poesia…..
Ma Carlin si ribella.
Non voleva dare vita solo ad una grande festa dei paesi. Non pensava solo al folklore di quei raduni affollatissimi. Non credeva di aver dato vita alla poesia, per quanto nobile fosse il gesto.
Carlin voleva fare politica e l’ha fatta. Terra Madre è politica come lo è il cibo, il rispetto della diversità, la difesa della natura.
E’politica la volontà di dare voce, un luogo ed un sogno agli umili, alle frange sociali più emarginate dal potere, a tutti coloro che sentono di non avere più speranze nelle stanze del potere.
Carlin parla a loro, e non si limita a sostenerli. Li incita, li scuote, li rimprovera per non difendere abbastanza i loro diritti e la terra che a loro appartiene. Li esorta a bloccare il ricorso ai mercati esteri, perché ogni paese difenda la propria produzione, unica condizione per la salvezza della terra e del lavoro di ogni popolo.
Che sia poesia, ma anche politica. Che sia estetica, ma anche etica.
Terra Madre diventa una “FAO” senza burocrati e i loro costi, una struttura “austeramente anarchica”.
Carlin urla dal suo podio l’importanza di cambiare le loro sorti e quelle di ognuno di noi nel profondo. Ricorda che “la tradizione è l’innovazione più importante della modernità”. Insegna a tutti che “la trasformazione è la più efficace delle rivoluzioni”.
EDWARD HOPPER - Un pittore metafisico

“Sembra che ci sia qualcosa di ineluttabilmente coerente in tutto ciò che riguarda Hopper e il suo lavoro; anche il suo aspetto fisico, la modestia quasi imbarazzante con cui considera la sua arte, i suoi modi dimessi. Onestà è la parola che viene subito in mente guardando l’uomo e la sua arte”.
Bisognerebbe partire dall’analisi dell’uomo, prima che dell’artista, per godere pienamente di una mostra tanto suggestiva e il giudizio di Charles Burchfield su Edward Hopper ben rappresenta questo grande pittore americano degli anni ruggenti.
Scriveva Nietzsche che l’arte nasce dall’unione di due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà. Hopper li possiede entrambi, e nel grado più alto. Il suo realismo è evidente. Prende forma nei suoi quadri un’America non letteraria e senza mitologia, che porta i segni di un’età contemporanea , anche se vagamente fuori moda: niente grattacieli, automobili, fabbriche, ma binari ferroviari , case coloniche di legno bianco, fari sulla costa atlantica.
Ma ancora più evidente del realismo è l’irrealtà delle sue immagini. New York dipinta da Hopper diventa una città deserta, abbacinata da luci geometriche, percorsa da uomini e donne sole.
Folgorato da Parigi e dalla sua luminosità, da “Le ombre che riflettevano la luce”, Hopper studia da vicino la pittura degli impressionisti ma, a differenza loro,
la luce nei sui dipinti diventa zenitale, ritagliata in nitide geometrie, fino alla costruzione di uno spazio rarefatto in cui si distillano figure e cose .Hopper per il mondo artistico è il “de Chirico” americano.
Affascinato dal cinema e dal teatro ,Hopper affronta la progettazione di una tela come la messa in scena di un set cinematografico, i contrasti di luce e ombra dei sui dipiniti diventano ispirazione per i più grandi registi. Il dipinto “Casa vicino alla ferrovia”, del 1925, suggerirà ad Hitchcock l’edificio in cui ambientò il celebre “Psycho, nel 1960.
Il senso più forte che permea una mostra così bella è quello affascinante e inquietante di una tragica solitudine, quella degli uomini e dei luoghi. Viaggiatori solitari, donne sole scaldate dalla luce del giorno, binari abbandonati, alberghi vuoti, ponti che nessuno attraversa.
Eppure, “la solitudine” sembra solo una lettura intimista della pittura di Hopper. Sembra, infatti, che all’artista interessi più l’ontologia della psicologia altrimenti, verrebbe da pensare, avrebbe prestato più attenzione ai volti e alle espressioni. Hopper ritrae le figure da lontano, e non asseconda mai la curiosità dell’osservatore che vorrebbe conoscere antefatti, sviluppi, dettagli.
Dipinti che commuovono. Non si può ignorare”Morning Sun”, opera dipinta nel suo studio di New York, vero summa della sua produzione artistica. Qui la luce solare cade sul corpo di una donna lasciando che il colore della veste cambi a seconda dell’ombra. La donna, sua moglie Jo, eterna musa, sembra quasi indifesa di fronte alla finestra spalancata sul cielo azzurro, alla luce solare che si deduce parallela. La sensazione che si percepisce da tanta apparente semplicità è fortemente inquietante.
Suggestivo il dipinto “Night Shadows”, in cui sembra possibile intravedere tutto il percorso umano di un passante visto dall’alto, il suo sguardo volto in basso, verso la strada. La figura ritratta da lontano sembra voler cogliere l’essenza della vita .
Indimenticabile “Boy and Moon”, uno dei suggestivi prodotti della sua attività di illustratore : lo sguardo di un ragazzo alla luna che sorge e che incombe prepotente nella sua vita. La sua visione di un paesaggio da uno spazio interno, sembra spiegare la natura dell’uomo e quel senso di solitudine che emerge immediatamente, diventa necessaria assenza di suoni.
Fondamentale il contributo della musica che la mostra offre nella presentazione delle opere più importanti.
La conferma che l’arte e la musica rappresentino reciprocamente il loro completamento. Le note jazz che scuotevano gli animi in quegli anni indimenticabili, sono quelle che più possono mostrare il senso di questi dipinti.
SALONE INTERNZIONALE DEL GUSTO Il Gusto aumenta!
910 espositori, 17 aree regionali italiane presenti , 288 presidi nazionali ed internazionali, 17.000 mq di superficie commerciale, 18.000 mq di superficie dedicata alle attività didattiche, 180.000 visitatori nel corso dell’edizione 2008.
Questa grande vetrina della produzione enogastronomia artigianale e di qualità, ha inaugurato la sua ottava edizione con le vetrine, i dibattiti, le conferenze, i percorsi didattici per esaltare e difendere il mercato del cibo di qualità.
Percorrendo gli spazi del Salone si resta affascinati dai profumi, le forme, i colori dei cibi più tipici della nostra terra e ci si sente immediatamente al centro della più lussuriosa delle manifestazioni immaginabili, provando l’immediato senso di piacere nell’essere invitati ed un sottile senso di colpa per averne preso parte.
I migliori chef italiani dividono a fatica gli spazi di degustazione per dare prova della migliore cucina. I produttori percorrono chilometri per piantare nel prestigioso Salone il proprio stand ed il proprio marchio.
Migliaia di visitatori arrivano da ogni parte del mondo per infilarsi nelle interminabili code alle biglietterie, in attesa di pagare un biglietto non proprio economico.
Qual è il segreto di tanto successo? Come si spiega questa euforia generale che, nonostante ruoti attorno al cibo, non ha il sapore di una sagra qualunque? Perché ogni slogan che nasce al Salone diventa un messaggio credibile che rimbalza ovunque? Io che lo visito resto attonita.
Poi, mi dirigo verso la cerimonia d’inaugurazione per unirmi al popolo della stampa.. Entro nella sala conferenze e vengo rapita da un clima che non assomiglia a quello stanco e un po’ annoiato delle presentazioni. Sento una strana energia che sembra valicare il confine del Salsicciotto frentano e i luoghi della lenticchia di Mormanno. Francamente, non capisco, quindi decido di sedermi e di aspettare che quella sottile scossa diventi luce.
Sfogliando il programma mi accorgo che tanti esponenti delle istituzioni presenzieranno l’evento, come il Ministro delle Politiche Agricole e, ( addirittura!) il Commissario europeo all’Agricoltura, il rumeno Dacian Ciolos. Mi sembra di capire, dunque, perché tanta eccitazione : i politici scuotono sempre gli animi( soprattutto degli organizzatori !) proporzionalmente alla portata del loro incarico. Mi rilasso e capisco che si tratta di un moto d’orgoglio dello staff organizzativo.
Tutto, però, s’offusca quando mi accorgo che la delegazione di politici arriva ( straordinariamente puntuale! ) in un clima quasi indifferente e nulla sembra prendere fuoco in sala. Ma come? E’ il successo assicurato….
Poi, come prima di ogni grande evento naturale, tutto tace all’improvviso, come la calma inquietante che precede un terremoto e d’un tratto vedo partire all’assalto un esercito di fotografi e colleghi di tutto il mondo che, fino ad allora, bivaccavano pigri negli angoli della sala : è arrivato il Presidente di Slow Food, Carlo Pettini.
E’ dunque lui la fiamma……
Lo conoscevo, avevo seguito qualche fugace intervista, sapevo del suo impegno per l’impresa Slow Food ma, ammetto, non avevo ancora incontrato il suo carisma in una sala. L’affanno con cui la stampa lo cercava mi ha colpito, l’ammirazione del pubblico era imbarazzante, gli organizzatori devoti…. Ammetto, mi era sfuggito.
Sono rimasta seduta ed ho ascoltato.
Carlin ( così preferisce farsi chiamare) ha segnato il ritmo dell’incontro rompendo ogni indugio di circostanza.
Ha condotto il suo intervento verso la pancia di ogni auditore, erano pugni.
Non ha parlato di gusto, né, tanto meno di “ nicchie di mercato”. Non ha esaltato il fagiolo di Coltrone o l’albicocca di Valleggia; ha parlato della loro straordinaria Tipicità e della sua salvezza.
Ha parlato del grave stato di sofferenza che sta vivendo il mondo dell’agricoltura, chiedendo con forza l’impegno dei governi per dare vita ad un nuovo sistema distributivo, affinché si accorci la filiera e diminuisca il dislivello tra il costo del lavoro contadino ed il prezzo finale di un prodotto.
Ha strattonato il mondo della politica ( anche quello presente) perché si attuino provvedimenti per agevolare l’avvicinamento dei giovani al mondo dell’agricoltura, attraverso incentivi, apertura al credito e formazione nelle scuole.
Ha condannato l’atteggiamento dei governi che sostengono lo scambio di materie allo scopo di abbassare i prezzi e la qualità.
Ha sottolineato la necessità di non sottrarre terra ai contadini in favore del progresso tecnologico, perchè “domani non mangeremo computer” e ha chiuso il suo acceso, intenso intervento chiedendo a tutti gli agricoltori accorsi all’invito del Salone di unire le proprie forze per mettere in atto un processo “ più efficace della rivoluzione : la trasformazione”.
Mi sono chiesta se il suo intervento sarebbe stato diverso in presenza di un buon contraddittorio di economisti e ricercatori. Sembra aver letto nel mio pensiero e in un attimo, dopo una giusta, calcolata pausa teatrale si rivolge alla platea : “ …e a chi mi dice che bisogna tener conto della situazione economica contingente e di ogni implicazione del progresso tecnologico io rispondo ….tutte balle”.
Eravamo tutti turbati. I politici, la platea, io stessa che da sempre rivolgo tutto il mio impegno alla dimostrazione scientifica di ogni proclama. Eravamo turbati perché quel discorso è stato il più efficace possibile e Carlin aveva appena dato una lectio magistralis sulla comunicazione a tutti i presenti!.
mercoledì 3 novembre 2010
LA FOZA VITALE DI ALEXANDER CALDER

Palazzo Esposizioni a Roma ospita la mostra dedicata ad Alexander Calder , uno dei più autorevoli artisti americani del secolo scorso, celebre icona della modernità.
Nasce artista, come dimostrano le prime ingegnose opere di bambino; nel 1926 realizza le sue prime sculture in filo metallico e nel 1943 viene consacrato tra gli artisti più celebri del suo tempo da una retrospettiva organizzata al Museum of Modern Art di New York. Johnson Sweeney, che ne curò il catalogo, individuò i tratti di esuberanza, allegria, vigore e umorismo intenso che costituiscono la “forza vitale” contenuta nelle opere di Calder.
Nel tormentato secondo dopoguerra, in un mondo lacerato dai conflitti e dalle devastazioni, la fragile ma tenace avanguardia americana tentennava fra un’atmosfera introspettiva di chiusura in sé, ossessionata da preoccupazioni personali, e un’astrazione oggettiva e completa.
Nonostante l’immagine romantica che avevano di sé, le avanguardie emergenti riuscirono a raggiungere una sintesi fra la loro tormentata ideologia e la forma modernista.
In questo clima artistico si affermano i “mobile” di Calder , le sculture destinate a diventar le più popolari, opere che racchiudono forme, colori, suoni e movimenti autonomi , proprio come accade nell’universo.
Ogni idea viene ispirata da “sfere di diversi formati, densità, colori e volumi, che si librano nello spazio, circondate da intense nubi e maree , correnti d’aria, viscosità e fragranze, considerate nella loro estrema varietà e discordanza”.
Affascinanti costruzioni di estrema leggerezza visiva,
controllate da equilibri studiati con precisione, come solo un ingegnare poteva riuscire. Il senso del movimento nella pittura e scultura futurista è stato a lungo consideralo come uno degli elementi fondamentali della composizione; Calder su di esso fondò la sua interpretazione.
Un mobile in movimento lascia una scia dietro di sé…..
Secondo l’artista i contrasti nella massa o nel peso sono realizzabili, a seconda del calibro o del tipo di metallo utilizzato , in modo che le leggi fisiche così come i concetti estetici siano rispettati. E’ innegabile che vi sia una stretta parentela tra la fisica e l’estetica, come nei mobile di Calder!
Ma questo artista sorprendente e poetico è sempre stato un ingegnere e, in quanto tale, ha sempre coniugato l’efficacia della sua ingegneria con un’immaginazione giocosa e con un sinuoso senso della bellezza. Dunque, la fonte della sua arte risiede nelle spinte, nelle tensioni, nelle sollecitazioni dei carichi, nei contrappesi, nella forza di gravità e nella sua destrezza nel coordinarle.
La sua costante intenzione di realizzare una scultura razionale, finemente sostenuta, tenuta in equilibrio in modo ineccepibile, si realizza negli “stabiles,” una serie di opere monumentali sparse per il mondo, come quella installata a Spoleto nel 1962 in occasione dello storico festival. Una scultura realizzata, come se fosse una nave, all’interno delle officine dell’industria siderurgica genovese “Italsider”, con il supporto di due gru, e trasportata su un gigantesco camion.
Traboccanti di poesia e di volume, di cui sono prive, sono le opere realizzate nella prima fase artistica con l’utilizzo di un filo metallico che, adeguatamente piegato, riesce a creare ritratti, scene di lotta, acrobazie e a trasmettere emozioni, che spesso neppure le parole sanno descrivere. Sculture di filo metallico che, se aggirate, mostrano la materia che non posseggono: commovente.
Esiste un Calder rapito all’astrattismo di Mondrian, dalla velocità dei movimenti rappresentati nei suoi quadri. Restano, così, capolavori di pittura realizzati dall’artista intorno alla metà degli anni trenta che mostrano l’interesse dell’artista per le forme biomorfiche e la sua vena surrealista.
Calder venne “accusato” i essere un “realista”: Affermò: Io rappresento ciò che vedo, l’universo. Bisogna saperlo vedere….”
La mostra resterà al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 14 febbraio 2010. Ogni informazione al riguardo è consultabile presso il sito www.palazzoesposizioni.it
Quando l’arte manipola il corpo
Diete, fitness, attenzione alla salute, moda: tutto ha un “peso” nel mutamento culturale che sta avvenendo in materia di cibo.
Ognuno di noi, ormai, è sufficientemente informato circa le migliori abitudini alimentari che potrebbero garantirci un futuro di salute e benessere.
Si dovrebbe invecchiare in forma, dunque, in preda ad una sorta di possibilità/obbligo che incombe sulle nostre coscienze. Nel profondo, però, restiamo umani e, purtroppo, il risultato più evidente finora raggiunto è quello per cui ognuno di noi parla più correttamente di cibo, ma spesso continua a farne un uso smodato.
E l’arte? Come ha rappresentato questo vizio capitale? Come ha raccontato il disagio del suo rifiuto?
Ferdinando Botero, artista colombiano, uno dei più rappresentativi pittori dell’età contemporanea, ha fatto dei suoi personaggi la metafora più schietta del carattere ipertrofico della società contemporanea.
In realtà, la sua scelta di dilatare le forme è nata dall’esigenza di ampliare i campi di colore ma la grandezza del suo operato si manifesta nella capacità di rendere tali dimensioni, di corpi e dettagli, piacevoli e indisturbati.
I personaggi di Botero non provano gioia né dolore, mostrano uno sguardo perso nel vuoto e sono immobili, ma nella percezione dello spettatore trasmettono vitalità, simpatia e una forte brezza di sensualità.
Le donne di Botero sfidano ogni canone convenzionale di bellezza che domina il crudele codice estetico della società in cui viviamo, vincono e conquistano il mondo diventando immortali.
Il mondo femminile, affascinante ed anoressico, rappresentato nelle opere di Balthus, invece, trasmette la percezione di creature simboliche, irreali, quasi divine. Ispirato dai grandi dipinti di Piero della Francesca , questo grande artista amava dipingere l’aspetto enigmatico della giovinezza, rappresentato dall’eccessiva magrezza, tutta la crudeltà e lo splendore che appartengono a questo momento della vita.
Le sue inquietanti modelle adolescenti hanno spesso dato luogo a fraintendimenti ed imbarazzi ma ben rappresentano le angosce, le paure e le forme di uno dei più tormentati passaggi della vita.
Balthus e Botero; due grandi artisti del novecento che, se pur involontariamente, hanno rappresentato, in arte, l’aspetto più sublime di due tra le più temute patologie del nostro tempo: anoressia e bulimia. Ciò perché l’arte stessa è fuga dal mondo e immaginario, spietato realismo.