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antonella.frontani@gmail.com
Vice Presidente di Film Commission Torino Piemonte - Collaboratore in Staff Assessorato Attività Produttive, Commercio, Lavoro Città di Torino

La vera saggezza sta in colui che sa di non sapere

Nel corso del tempo il lavoro mi ha insegnato che sono infinite le cose che non sappiamo. Da lì, il mio impegno per l'informazione e la divulgazione è diventato "passione".


martedì 30 ottobre 2012

SITI INQUINATI - E' POSSIBILE TUTELARE L'AMBIENTE, L'UOMO E IL LAVORO?

Resta un problema irrisolto quello della gestione dei siti inquinati nel nostro paese.

Chi si occupa del loro monitoraggio?
Chi controllo che i monitoraggi avvengano puntualmente?
Quale tutela viene garantita ai lavoratori dei siti inquinati?
Qual  è la percezione del rischio per ognuno di noi, nei confronti di ogni sito inquinato?

Ad Antropos si apre il dibattito con il Prof. Enrico Pira - Ordinario di Medicina del Lavoro all'Università di Torino - e con Giovanni Teppa - ARPA Piemonte

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mercoledì 24 ottobre 2012

DEGAS – STILE E VERITA’



Prove di balletto in scena


E’ stata inaugurata a Torino la mostra dedicata ai capolavori di Degas.

La grandezza di Edgar Degas risiede nella sua capacità indiscussa di “stregare la verità”, e non in senso esoterico, mistico o simbolico, piuttosto, nel senso di raggiungere la verità nello stile e lo stile nella verità.
Il suo atto di stregoneria poetica sta nella metamorfosi del dato occasionale in motivo unico e assoluto; nel far divenire eterno il presente, traducendo la sua immagine in forma.
E’ così che sono nati i suoi capolavori.
Primo di cinque figli, Degas nasce a Parigi nel 1834; termina i suoi studi in Giurisprudenza, per condiscendenza nei confronti del padre ma, appena possibile, entra nello studio del pittore, allora noto, Felix-Joseph Barrias, che lo avvierà in seguito alla pittura di storia. La sua formazione avviene  alla luce del fascino che su di lui esercitano i maestri del XV e XVI secolo prima, e di quella degli artisti del Seicento più tardi, come Holbein e Van Dyck; fino ad arrivare all’influenza dell’Ottocento con Delacroix, Ingres e Daumier.  E ognuno di questi grandi maestri  sembra aver lasciato la propria indelebile impronta sui dipinti di Degas.
La mostra generosa che Torino ha dedicato al Maestro comprende ottanta delle sue opere, tra tele e sculture, e resterà alla Palazzina Promotrice delle Belle Arti fino al  27 gennaio 2013.
La sensazione del visitatore è immediatamente quella di venir avvolto dallo slancio giovanile  di Degas  verso la formazione classica, tipica impostazione degli allievi di Ingres.  Agli esordi, la sua dedizione alla figura umana, secondo l’esercizio classico del nudo, lo porterà allo studio dei grandi mastri del passato:  Botticelli e, ancor prima,  Michelangelo, folgorato dal suo Schiavo morente, di cui copierà l’opera esposta  a Parigi.
Il primo di questi capolavori a sprigionare fascino alla Promotrice di Torino è la grande tela che rappresenta la Famiglia Bellelli , dipinto che raffigura uno spaccato domestico della famiglia che accolse l’artista a Firenze.
Il genere del ritratto interessa l’artista fin dal momento della sua formazione e, in quegli anni, Degas esegue una suite di tele dal sapore del vero e proprio album di famiglia. Di fronte a questo grande quadro ( grande anche in senso letterale ) emerge lo stile estremamente raffinato, le intelligenti intuizioni tecniche che
sono ben lontane dalle soluzioni semplici.
E’ negli anni successivi che il ritratto nella pittura di Degas diventa più realista rappresentando la realtà in contesti  sempre meno manierati, e dando ai volti la medesima espressione dei corpi. E’ dal corpo, infatti, che parte una risata ed è sul viso che sfocia.
Da attento, curioso e raffinato “uomo di lettere”, grande influenza esercita sulla  sua produzione l’opera letteraria dei grandi di allora. A partire dagli anni sessanta abbandona completamente i canoni classici e abbraccia uno stile che  inizia a riecheggiare i romanzi di Zola, abbandonando ogni eleganza pittorica.
Non è più lo stile manierato che emerge, ma il senso di tensione che detta il naturalismo del mondo contemporaneo.
I suoi ritratti si spingono, dunque , fino alla rappresentazione della donna  di Interno identificata, per il suo naso all’insù, come una popolana in opposizione all’uomo in abito borghese, secondo i dettami delle scienze sociali che in quel periodo iniziavano a collegare i dati fisici allo status sociale.
Si possono, così, ammirare le prostituire in Donne fuori da un caffè la sera, o la Ballerina di quattordici anni dal profilo scimmiesco che scandalizzò il pubblico.  Vengono ritratte le figuranti dei teatri di origine popolare di Mademoiselle La La al  Circo Fernando  che, almeno nell’immaginario collettivo, erano destinate a prostituirsi con i frequentatori dei teatri stessi, o le donne sorprese  nel momento dedicato al rito del bagno, lasciando la possibilità che si tratti anche di rappresentanti dell’alta borghesia, come in Donna che esce dal bagno o, invece, di  prostitute come in Nudo accovacciato visto di spalle.
E’, però, nel mondo della danza che emerge il Degas che ognuno di noi ha sognato di ammirare.
Le sue ballerine sono indimenticabili.
Rappresentano la dedizione di Degas per lo studio del corpo in movimento che viene espresso dalle sue  parole: “Fare operazioni semplici, come disegnare un profilo che non si muova, muovendo noi stessi, salendo e scendendo per tutta una figura, un mobile un salotto, al completo (…). Fare una serie di movimenti di braccia nel ballo, o di gambe che non si muovano, girandogli intorno…ecc.
Infine studiare una figura in scorcio, o un oggetto, o qualsiasi cosa (…): Escludere molto: di una ballerina fare le braccia o le gambe, o le reni, fare le scarpette, le mani della pettinatrice, la pettinatura tagluizzata, piedi nudi in atto di danzare…ecc.”.
Questo è il processo di analisi cui il Mastro sottopone il soggetto, eppure, il risultato nelle sue opere non lascia trapelare nulla di questo stillicidio operato  sulla forma attraverso il disegno, come in Fin d’arabescque dove  l’effetto è quello di un’operazione  visiva riuscita d’istinto. E’ l’incanto dello spettatore.
In questa splendida tela, la ballerina viene inquadrata da molto in alto, come spesso Degas preferisce, lasciando che la forma si proietti sul piano del palcoscenico consentendo nuove prospettive.
La folgorazione, nel corso della mostra, arriva con Prove di balletto in scena dove l’attesa del momento magico dell’entrata in palcoscenico è rappresentato dalla grazia, la raffinatezza, i veli dei costumi, le trasparenze, i bianchi, i morbidi ondeggiamenti di mani e gambe.
E’ un’opera indimenticabile per quel fantastico e reale che si sovrappongono; per l’armonico e il disarmonico che si rincorrono; per la luce radente che congela gli abiti candidi delle danzatrici; per la veduta dall’alto che trasmette vertigine; per la curva seducente del palco che delinea l’orchestra; per il contrasto tra l’ombra della quinta e il bagliore del piano in cui le ballerine attendono; per quel monocromo che  va dai marroni scuri al bianco illuminato; per quel  contrasto impietoso tra le eleganti figure e i volti civettuoli, turbati da espressioni grottesche.
 Indimenticabile tela con cui Degas lancia la sua sfida alla fotografia attraverso la sua indiscutibile arte nel rappresentare impeccabilmente  la realtà.
Questi sono alcuni dei motivi per cui non bisognerebbe perdere questa mostra che ha già conquistato Torino.




martedì 23 ottobre 2012

TAV SI - TAV NO AD ANTROPOS SI APRE IL DIBATTITO



Nilo Durbiano - Sindaco di Venaus - e Paolo Foietta - autore del libro TAV SI e funzionario della Provincia di Torino - ad Antropos per un confronto circa l'opera di costruzione della linea ferroviaria  ad Alta Velocità

giovedì 18 ottobre 2012

LA GESTIONE DEL POTERE



dipinto di Agnolo Bronzino " i volti del potere di oggi e di ieri

L’irrisolta questione della gestione del potere da parte dell’uomo  torna come inevitabile argomento di analisi in un periodo di crollo dei valori della politica.


È stato scritto tutto il possibile circa gli atti di corruzione, commistione mafiosa e furto da parte della classe politica italiana.
Abbiamo assistito alle penose manovre contraddittorie di chi è disposto a perdere la dignità, pur di non perdere una poltrona.
Ci siamo indignati di fronte a chi professa il bene del paese, e  invece opera per sfruttare un diritto in misura inaccettabile.
Abbiamo protestato con forza contro i furti di denaro pubblico o contro chi, peggio, ha finto di non vederli.
Ma ci siamo chiesti cosa accade ad un uomo quando " arriva al potere"?
Perché fallisce immancabilmente la capacità di misura e buon senso?
Perché l'individuo non è capace di difesa dalla cupidigia quando è investito di incarichi di comando, e finisce per scivolare irrimediabilmente nell'ebrezza da potere?
Si tratta di una vecchia questione irrisolta.
Secondo Michel Foucault, filosofo e psicologo di grande fama che rielaborò e radicalizzò il pensiero di Nietzsche,  esiste una particolare relazione fra conoscenza, linguaggio, verità e potere, arrivando alla conclusione che ogni sapere è in qualche misura connesso al potere.
Il concetto di potere, però, non è riducibile all'insieme delle sue manifestazioni tradizionali ed individuali in un delimitato corpo come le istituzioni, il sovrano o  lo Stato, per esempio.
Il potere è inteso da Foucault come "rapporto di forza", la cui dimensione è estesa, e la cui presenza pervade l'intera società assumendo le forma più differenti e mutevoli .
La teoria di Foucault, che prende il nome di " microfisica del potere", diventa lo studio dei meccanismi più nascosti del potere, delle sue più subdole manifestazioni.
Dunque, il studio si focalizza sul sofisticato sistema di rapporti di forza all'interno di ogni microdimensione sociale come la famiglia, l'ufficio, la fabbrica, la scuola ecc.
È cosa accade in politica?
Nella riflessione di Foucault appare il termine " bio politica" per indicare la politica che non si riferisce solo alla morte contemplata nello stretto rapporto tra politica - potere - persone, ma alla vita in quanto tale : la vita diventa oggetto di potere.
Le istituzioni , dunque, acquisiscono ed esercitano un potere che entra nella vita degli individui con l'intento di sorvegliare, punire, escludere e segregare.
Esattamente ciò a cui assistiamo oggi.
Ma quale trasformazione opera sull' uomo il potere che egli stesso esercita?
Aumenta la sua capacità di discernere la realtà  o indebolisce il suo codice morale, viziato da un abuso di diritti?
Potenzia la sua capacità critica, o ottenebra le sue riflessioni?
Incrementa la sua dedizione alle problematiche sociali, o amplifica il suo istintivo egoismo?
Lo aiuta ad accettare la sua dipartita, o lo rende incapace di liberarsi del potere stesso, trasformandolo in una figura ridicola e costosa per la società ?
Se è vero che il sapere è in qualche misura correlato al potere, come asseriva Foucault, c'è da sospettare che la relazione non riguardi l'attuale classe politica italiana, che sembra sprovvista delle sue più  elementari nozioni e che, invece, ben si insinua nei meandri della " microfisica" del potere stesso e delle sue basse applicazioni.
Ma cosa accade quando la scienza e il progresso non si manifestano come opportunità per la persona e la società, ma come un altro e nuovo modo per controllarla?
Cosa accade quando il mercato da strumento di potere politico che mal lo governa, si trasforma in forza incontrollabile per l'uomo stesso?
Si tratta di uno scenario che toglie tragicamente l'uomo al centro del sistema sociale, trasformandolo in una figura di terzo grado, dopo il progresso tecnologico e il mercato, nuove forze dominanti.
L'uomo diventa pericolosamente incapace di dominare la realtà e di indirizzar la a proprio favore, in luogo di fenomeni che non conosce e, dunque, non governa.
È in questo scenario che il potere avrebbe bisogno del " sapere" per far fronte al baratro di ingovernabilità,  e non di figure di piccolo cabotaggio come quelle che squallidamente brillano nel teatro della posticcia italiana.
Monti escluso.



AD ANTROPOS PIERGIORGIO ODIFREDDI GIOCA CON LA MATEMATICA



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Buffo  l"andamento del gioco nel corso della storia.
Leibniz, per esempio, si interessò agli scacchi, ai dadi e alle carte perchè decisamente  favorevole allo studio dei giochi logici, non per il piacere proprio del gioco, ma per il ruolo che da esso riveste nell"arte della riflessione.
Sulla scia di Cardano e Galileo, Pascal si avvicinò al gioco dei dadi, gettando le basi dello studio del calcolo delle probabilità.
John Nash, docente di matematica a Princeton, nel 1949 , studiò la teoria dei giochi per il suo dottorato e sviluppò delle considerazioni che 45 più tardi lo condussero al premio Nobel per l'Economia.
Oggi, a Palazzo Chigi, invece, il Premier Monti decreta la "fine dei giochi", almeno su quello dei suoi dipendenti. Infatti, in attesa che prenda forma definitiva in Parlamento il decreto Balduzzi , contenente norme che stabiliscono la congrua distanza dalle sale da gioco da parte dei giovani, il saggio Mario, giocando d'anticipo e con impeccabile tempismo, ha disposto che siano oscurati  tutti i siti di scommesse on line dal"Amministrazione della presidenza del Consiglio.
Sembra che fossero molto frequentati dai suoi dipendenti.

Un chiaro esempio di come, a volte, l' evoluzione della specie inverta la rotta...




martedì 16 ottobre 2012

GLI ABITI E I BIJOUX DI UN INTERO PALINSESTO



Gli abiti ed i bijou che ha indossato Antonella nel corso del palinsesto 2011/2012.
Grazie a Lalobbia - Via Bertola 9, Torino, per gli abiti di Fabrizio Lenzi e ai "Bijoux del Gatto" - Via Bettola 6, Torino per gli accessori.

sabato 13 ottobre 2012

L' "OLANDESE VOLANTE", IL FASCINO DELL'ERRANTE




Richard Wagner sapeva come incantare le platee, non solo  per la musica indimenticabile che scriveva, ma anche per aver saputo coltivare il mito di se stesso nei confronti del suo pubblico incantato dall'identificazione tra arte e vita.
L' " Olandese volante"  é un'opera che nasce dall'esperienza, da  sé stesso vissuta, di trovarsi in balia della tempesta nel corso di un viaggio per l'attraversamento della Manica. Era l'estate del 1839 e ci vollero due giorni per trovare riparo nel fiordo di Sandviken, in Norvegia. Inevitabile che il vissuto della vicenda incidesse sul fascino dell'opera che ne scaturì, non dimenticando che quando venne presentata ( 1843) Wagner aveva solo trent'anni...
Non negando la forza dell'accaduto, sembra che come spunto per l'opera molta influenza esercitarono, sul compositore, anche  le letture di Heinrich Heine .
Il sentimento prevalso nella composizione é di mordente passione, privo di ogni manierismo. Viene descritta la forza dell'amore ideale e la disperazione senza tregua dell'eroe errante, costretto all'esilio eterno.
La volontà  cieca e il senso di abbandono si alternano,  splendidamente rappresentati dalla musica. Le note  ben raccontano il dramma che, nella storia, sembra carente di dialoghi ed evoluzione psicologica, come se i protagonisti più che agire, subissero il loro destino, spinti solo da una forza interiore.
Ecco apparire lo scatto improvviso dei loro gesti,  mosse repentine  con cui i protagonisti vanno incontro al loro destino. Un moto che sembra contrario alla delicata "arte della transizione" con cui Wagner ha solitamente accompagnato i protagonisti delle sue opere da uno stadio psicologico all'altro, senza scatti.
Una sofisticata, delicatissima capacità di condurre un personaggio in un cammino che allo spettatore risulti quasi inevitabile.
Le sue parole: " Tanto quel ch'è brusco e repentino mi ripugna : sarà anche talvolta inevitabile e perfino necessario, ma non deve mai manifestar si senza che l'animo sia stato tanto accuratamente  predisposto alla transazione improvvisa da esiger la esso stesso".
Ma la musica traduce perfettamente anche la forza della natura quando si camuffa in tempesta: in platea sembra piombare all'improvviso  il vento furioso e la rabbia delle onde quando s'infrangono sulle vele.
Di Wagner Victor Hugo diceva"Wagner era un pazzo che si credeva Wagner..."
La tenacia ai limiti della megalomania, la mancanza di un'educazione musicale professionale e di un orecchio assoluto, la notorietà raggiunta solo dopo i trent'anni, età in cui i suoi colleghi erano già compositori affermati,  e sei anni di esilio in seguito alle insurrezioni della primavera del 1849, non hanno impedito alla genialità  di Wagner di sfociare nella musica che guadagnò un posto imprenscindibile nella storia della musica.
L' "Olandese volante" proposto dal Teatro Regio di Torino é un'esecuzione  di grande armonia. La direzione di Gianandrea Noseda impeccabile, di un'energia degna del furore di Wagner. Il cast preciso, vigoroso come la prova di Mark Doss nella parte dell'Olandese e Adrianne Pieczonka nella parte di Senta.
L'allestimento claustrofobico o  ma efficace per la rappresentazione.
La professionalitá  del Teatro torinese indiscutibile.